Amico mio
Quando enunciò i nomi dei
morti nelle sue preghiere si accorse del tempo trascorso, della barba bianca
sul viso. Era più bianca di quanto potesse immaginare. Il passato trapassato era
spuma d’onda, carezzava le rughe della mente, imbiancava le notti nel silenzio
di un respiro.
Alcuni ricordi erano
vividi, avevano i colori dell’arcobaleno, altri erano sbiaditi e velati da una
sottile nebbia bianca.
Pronunciò quei nomi più volte,
ne venne una ninna nanna e d’incanto negli occhi fu rugiada di memoria.
Udì l’arpeggio di una
chitarra, rincorse quella melodia e a labbra schiuse intonò il ritornello.
Ebbro della sua
malinconia ascoltò l’echeggiare del vento. Chiuse gli occhi.
In sogno, senza età con chi
un tempo aveva condiviso i suoi segreti.
Accanto l’uno all’altro. Gli occhi, gli uni sulle labbra dell’altro.
Nel riflesso della luna scorse le lacrime
dell’amico, nelle sue mani il calco di ciò che gli mancava. Prese in prestito
le parole taciute e ne intrecciò storie di vita. L’amico ne filò il destino. E
mentre nel cielo terso le nuvole bianche rincorrevano il tempo, quei corpi restavano
immobili nello spazio. Poi l’ombra vestì i panni del perdono e divenne bagliore di
luce.
Accanto l’uno all’altro. Gli occhi, gli uni nell’abisso dell’altro, pronti a saltare nel vuoto l’uno per l’altro.
Trascorsero le stagioni,
veloci come scie di un profumo, l’intimità dell’anima era sulle labbra segreto
da confessare a voce bassa.
Sull’orlo della Vita quel legame era dono e benedizione di Dio.
Nel buio di quel sogno il
Cuore elevò una preghiera, non fu pronunciata, restò disciolta nella saliva: Non
lasciarmi nel Silenzio prima di andar via dolce, eterno Amico mio.
L'amico riaprì gli occhi e lasciò
le sue mani giunte.

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