Piano inclinato

 

La donna trattenne le lacrime. Nessuna le rigò il viso, tutte le inondarono gli occhi che colmi di pianto furono solcati dal dolore del Cuore. Le trattenne non per vergogna ma perché sperava potessero affogare quel senso di incompiuto. 

Da giorni avrebbe avuto voglia di lasciarsi andare, avrebbe avuto voglia di partire per un viaggio, voglia di sentire il suo amico lontano, per anni guida fedele e sincera. Desisteva, ora provava a parlargli in altre lingue, in altri tempi e spazi. Talvolta la risposta sembrava arrivarle con un sogno la mattina appena sveglia, altre invece arrivava dal ricordo di una chiacchierata, con lui o forse con il proprio centro, dettata dal reale o dall’immaginario cosa importava. Cercava di far spazio, fuori e dentro di lei e, si sa facendo spazio affiora il Vuoto. 

C’erano giorni in cui sentiva il dolore mangiarle il Cuore, giorni in cui quel dolore era come serpe nata in grembo. Faceva un respiro profondo e, l’apnea talvolta sembrava durare così tanto da farle dimenticare il tempo. Provava ad accogliere, accogliere quel dolore strisciante e silente. Si chiese se anche per il dolore esistesse un lutto e se prima o poi sarebbe finito anche quel tempo. Intanto se ne stava sul suo scivolo e come fosse una pallina continuava a vedersi scivolare giù impossibilitata a fermarsi, a sostare, a cambiare direzione. Da quel giorno, neppur troppo lontano, non le era stato più possibile tornare indietro. Le scelte l’avevano portata fino a lì, sul suo scivolo, un perfetto piano inclinato. Rotolava giù e rotolando lottava per lasciar fluire quel senso di colpa che sembrava avvelenarle il sangue. Era consapevole che quel senso di colpa non l’avrebbe portata troppo lontano, era consapevole che restare per troppo tempo al buio senza alcuna speranza le avrebbe solo trafitto e avvelenato l’anima col più vigliacco e demoniaco dei veleni. Intanto rotolava giù e pregava che chi le era accanto non iniziasse a rotolare con lei. Nella mente si figurava la scena di quelle costruzioni gigantesche fatte di tessere bianche a puntini neri. Messe in fila bastava ne cadesse una perché tutte le altre seguissero la stessa sorte. Chissà se una banale legge fisica può applicarsi anche alla Vita si chiese. 

C’erano giorni in cui avrebbe avuto voglia di fare voto di silenzio poi un respiro allontanava quel velo di presunzione e tornava a chiedersi quale voto sarebbe stato giusto per meritare o aspirare alla salvezza. Forse un voto, un segno, forse l'impegno a esser Vita anche col cuore malato sarebbe stato come diga sul suo scivolo. I pensieri si affollavano, si mescolavano al dolore. 

Nella preghiera una pausa di quiete e una domanda che continuava a elencare nella sua mente… da credente… sono credibile? Come posso esser credibile? 

Avrebbe avuto voglia di lasciarsi cadere… voglia di un abbraccio, di quelli che col tocco sanno carezzarti l’anima e farti sentire di esser stato perdonato. E mentre tutto questo partiva e ritornava nei suoi respiri si ricordò dell’ideogramma di Xhu, il Vuoto. Il Cuore, parte dell’ideogramma, era una ciotola aperta. Pensò che nulla al mondo avrebbe potuto sanare il suo Cuore se quella ciotola non si fosse vuotata. Neanche il più misericordioso dei perdoni sarebbe potuto arrivare in quella ciotola colma di dolore, di pensieri, di sensi di colpa. Capì o, forse sperimentò, mai come prima di allora, che per accogliere e ancorarsi a quel Vuoto avrebbe dovuto dapprima perdonarsi e amarsi come e più di come aveva fatto fino ad allora. Ci provò, una e più volte mentre continuava a rotolare dal suo scivolo. Quando quel perdono le sembrò più vicino si sentì accolta dal Vuoto. Non sentì più separazione, non sentì il Chin ma per un attimo le sembrò di sentire un Vuoto pieno di Dio.

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