Yong


Quel giorno lontano fu uno dei giorni più densi della sua vita. Era di maggio, sua madre andò a trovarlo. Era trascorso molto tempo dal loro ultimo incontro. Ci fu un abbraccio intriso di nostalgico e profondo amore. Lei guardandolo disse: “Hai gli occhi tristi” e lui vecchio sorrise poi timidamente negò. 

Fecero una lunga passeggiata, nel tardo pomeriggio si salutarono e ci fu un nuovo profondo abbraccio.

Il vecchio tornò nella sua stanza e provò a guardarsi allo specchio. Si chiese chi era, quale fosse l’immagine riflessa lì di fronte a lui e se quel riflesso era la rappresentazione di chi fosse veramente. Ora che aveva fatto pace con il suo passato restava da assolvere il suo presente. Chi era davvero? 

Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Sulle labbra appena pronunciate scivolava la parola Yong, la ripeté a voce bassa più e più volte come fosse un mantra. Si ricordò dei sogni di bambino, provò a trascriverli come fosse una “wishlist”… più il respiro diventava profondo più i suoi occhi diventavano gli occhi di quel bambino. 

Yong, Yong, diventò come il suono di una campana che rintoccava puntuale nel suo Cuore. Il diaframma si assottigliò, divenne fragile e piatta linea di confine. Cominciò a sentire nel cuore gli strappi, le lacerazioni, le ferite. Aveva ben chiaro nella sua mente chi volesse essere, semplicemente un uomo buono, un uomo migliore. Quanta della luce che voleva emanare era davvero dentro di lui? Si stava concentrando solo su un particolare pensò… e così gli venne in mente quella storiella zen e del saggio che indicava al discepolo di andare oltre il dito per guardare la luna… poi ricordò che qualcuno ancora più saggio un tempo gli disse che Tutto è Uno e bisognava guardare il dito e la luna… e lui ora cosa stava guardando?… Sul fondo delle palpebre si figurò un fiore di Loto, guardò il fiore, guardò il fango, Tutto è Uno pensò. Pensò a quella luce racchiusa nella sua anima e al fango che le era intorno, al veleno che talvolta cadeva come piscio a bagnarla. Forse senza quel fango la bellezza di quel fiore passerebbe inosservata. La Vita è fatta di contrasti, come il bianco e il nero, come il seme dell’alba nella notte o il seme della notte nell’alba. Si faceva largo e spazio nel fango, tra i veleni. 

Talvolta era difficile non sentirne il puzzo, continuare ogni giorno a nuotare in quella melma. 

Talvolta capitava di fermarsi, quasi di arrendersi, poi quella sosta divampava come fuoco nel petto, si arrabbiava con sé stesso e capiva che non poteva arrendersi. E così mentre le sue radici affondavano in quella melma e, la sua anima cercava di andare oltre e, trasformare quella stessa melma, i suoi occhi erano volti alle stelle. 

Era tornato a congiungere le sue mani in preghiera: Yong, Yong, ripeté. 

Erano più forti le sue radici o quel filo invisibile verso le stelle? A cosa aggrapparsi? Tutto è Uno. 

Respirò profondamente, sentì come se qualcuno gli stesse stringendo lo stomaco, lo sentì farsi così piccolo e il respiro gli si strozzò nel Cuore. Una lacrima gli bagnò l’occhio, poi pesante cadde! Si fermò sullo zigomo, scese lenta, ne poté sentire gli umori sulla pelle. Fu la volta della seconda lacrima. Scivolò lungo le linee del suo viso, percorse il suo profilo e si annidò nell’incavo fra la guancia e la sua narice sinistra. E ora che il suo pianto si era liberato dalle catene, lo stomaco riprese a respirare e il Cuore ringraziò. 

Yong, Yong, risuonò la campana. E come nella notte più buia la luce di una candela rischiara e squarcia il nero, così una stella si annidò nell’anima. Fu la prima. Istante dopo istante sentì l’anima popolarsi di stelle. Tutto è Uno ripeté. E il Cielo mise radici in Terra. Fu allora che pronunciò sottovoce: oh Dio ascoltami l’Anima, ascoltami l’Anima chiese ripetutamente. Accordami l’Anima chiese a voce più alta, fa che risuoni con l’Universo. 

Il freddo gli bruciò dentro, ascoltami l’Anima ripeté ancora. Tacque e provò ad ascoltare. 

Il fango non fa rumore. La staticità non ha suoni, pensò. 

Il suo diaframma spiegò la vela e il respirò tornò profondo. Mosse pian piano le dita delle mani, immaginò fosse il vento a muoverle. Le sue mani, radici che afferrano e plasmano la realtà. 

E la Terra proiettò le sue radici in Cielo. 

Tutto è Uno. 

Provò a nuotare nel fango che gli bagnava l’anima e il fango si mosse. Arrivarono le onde e le onde portarono il suono. Allora tacque e ascoltò. Yong, Yong, rintoccò ancora la campana. Poi pensò a quella ninna nanna che ascoltava tenendo in braccio suo figlio e a quelle frasi… “E volando fra le stelle le più belle sceglierà, con le stelle dentro agli occhi domattina s’alzerà.” e sottovoce chiese… “Cosa vuoi insegnarmi figlio mio? Il nome datoti dall’Impero delle Stelle risuona nella mia Anima, cade come goccia nel catino e come eco sull’acqua si spande. È il Dio che ti porti dentro che provo a far risuonare nell’Anima.” 

Tacque ancora e provò ad ascoltare. Sentì dapprima sulla sua pelle, poi più nel profondo i frammenti delle anime che aveva incontrato. Alcune di esse le percepì nitide su di lui, dentro di lui. Di altre ne cercò i passi, le scie, gli echi. Sentì in modo distinto quel sentimento di paura che accompagnava alcune di quelle anime. Pensò di aver deluso qualcuna e questa sensazione gli marchiò il Cuore. 

Yong, Yong, ripeté ancora sottovoce e quella parola divenne un vero e proprio mantra… Voleva fiorire insieme agli altri Loti, non a dispetto degli altri, non nella paura degli altri di non esser abbastanza…

Finì col farsi il segno della croce e cercare in quel gesto l’abbraccio di cui aveva bisogno, quello che gli mancava, l’abbraccio che gli era dentro…


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