Il Funambolo

Se ne stava lì a centinaia di metri da terra, in bilico su un filo d'acciaio. La gente che alzava gli occhi al cielo per guardarlo, quel filo d'acciaio neanche riusciva a vederlo e, così quell'uomo, sembrava sospeso a mezz'aria senza ali e senza alcun appiglio.
Quell'uomo se ne stava lì a braccia aperte, solo con sé stesso, come fosse l'ultimo giocoliere/acrobata di un circo. Nessun tendone, solo il cielo. Nessuna rete pronta ad accogliere un suo sbaglio, solo la terra, lì a centinaia di metri sotto di lui.
A dispetto degli altri bambini aveva imparato a camminare tardi, forse fu per questa voglia di riscattarsi che iniziò a ricercare in ogni dove l'equilibrio perfetto. Cominciò dapprima ad arrampicarsi sugli alberi poi con il tempo a camminare sui muretti, quelli degli argini dei fiumi. Tutto questo non gli bastò, spinse il suo corpo alla ricerca degli equilibri più improbabili.
Iniziò a camminare sulle ringhiere dei balconi della sua città, iniziò ad arrampicarsi su per i palazzi, scalando intere pareti prive di apparenti appigli. Continuò per anni a mettersi alla prova, sfidando le leggi di gravità e andando contro tutto ciò che osasse ricordargli che il suo corpo fosse confinato al radicamento.
Ora che sembrava il detentore dell'equilibrio perfetto era finalmente pronto alla sua ultima sfida.
Ora era lì, in bilico su un filo d'acciaio teso tra due mongolfiere. A metà del suo percorso aveva lasciato cadere l'unica possibilità di sbagliare, si era svestito del suo paracadute.
Pensò che per nulla al mondo avrebbe voluto sfidare sé stesso bluffando.
Inspirò profondamente poi una lunghissima apnea.
Accadde, accadde in quel preciso istante che prese davvero consapevolezza del suo respiro. Non solo come atto per tenersi in vita o puro e semplice strumento per controllare le sue paure.
In quella lunghissima e interminabile apnea si figurò una possibilità. Quella a cui non aveva mai veramente pensato, quella che mai veramente aveva accolto o contemplato.
Restò così, per dieci interminabili minuti fermo a mezz'aria, a metà del filo d'acciaio. Le grida dell'equipaggio a bordo delle due mongolfiere e i mille sguardi, le mille bocche aperte delle persone che dal basso restavano incantate e incatenate a quell'immagine, non sembravano in alcun modo scalfirlo.
Il funambolo si prese tutto il tempo di cui aveva bisogno per respirare e, per dare a sé stesso quella possibilità.
In quella prima lunghissima apnea e in quelle che seguirono vide scorrere davanti agli occhi non tutta la sua vita ma solo alcuni precisi istanti, e fu allora che si accorse che il suo vero e più profondo io non era lì fra le nuvole a mezz'aria ma radicato e ancorato alla terra. Il suo corpo era il ponte fra quei due mondi e il suo respiro in fondo era un cerchio che si chiudeva. Ancora un'ultima lunga apnea per darsi la possibilità di trovare davvero e per sempre l'equilibrio perfetto, quello fra il suo corpo e la sua anima.
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