Convivenze




La candela era accesa, la fiamma, avida, s'innalzava verso il cielo. C'erano istanti in cui sembrava sfamarsi sempre più avidamente dell'ossigeno, stiracchiandosi nel buio per cercare aria nuova, sempre più pura. 
C'erano poi istanti in cui si ritraeva, timida..quasi a volersi dissetare, lambendo la cera sciolta alle sue radici. La cera cadeva lenta, calda. Sacrificava la sua forma alla luce. Nobili intenti pensò! Era uno dei mille pensieri che vagava nella sua mente. Gettò ancora una volta uno sguardo alla fiamma e all'ombra che quel porta candele di metallo disegnava sul tavolo di legno. La cera continuava a sciogliersi. Una goccia riuscì a sfuggire alla fiamma. Lenta scivolò sul fianco della candela e, lenta, si raggrumò come fosse sangue. Era solo di colore bianco pensò! Poi pensò a lei, al suo sguardo di luce verde, pensò alle sue dita, a quando sfioravano le labbra lasciando come un velo su quello strano palcoscenico di parole e respiro. Riprese a guardare la candela, era come ipnotizzato da quei colori. Il blu delle radici, che a mezzo si faceva trasparente lasciando intravedere lo stoppino al cui apice si innalzava un giallo via via sempre più forte, vestito di un alone più tenue. Una specie di aureola pensò sorridendo! Avvicinò le dita alla fiamma e quelle, nel buio si colorarono di luce. Prese a giocare con le ombre e senza mai scottarsi danzò con quella fiamma, corteggiandola come in un tango. Pensò a lei, ai suoi occhi color nocciola, a lei, ai suoi occhi color dell'oceano...pensò a lei..alla sua pelle color dell'ebano, a lei, alla sua voce lontana. Chiuse gli occhi e il buio partorì ancora immagini confuse, volti trasfigurati e corpi di bianco vestiti. Un brivido salì lungo la schiena.
Fu così che iniziò a scrivere! Cercò un foglio bianco, impugnò sicuro una penna e assestò il suo primo fendente. "Amore..." scrisse, poi si fermò! La punta della penna premeva sul foglio bianco, sembrava toglierli respiro. Chiuse ancora gli occhi e girò la testa come per porgere l'orecchio. Attese! Attese che qualcuna di quelle voci divenisse più chiara. Attese! Attese che qualcuno di quei volti uscisse da quella nebbia bianca e fitta e si lasciasse riconoscere. Attese a lungo, forse troppo.
Le voci continuarono a farfugliare e nei volti usciti dalla nebbia riconobbe solo maschere dalle guance di un rosso porpora e di un nero che tingeva e racchiudeva gli occhi. D'un tratto vide il suo corpo prendere forma in quello spazio confinato dalla sue palpebre. Era circondato da quei corpi scolpiti nella nebbia. Incorporei, eterei lo circondavano. Era invaso dal loro respiro, dalle mille parole gridate. Restò immobile! Osservò se stesso, si vide mentre decine di mani continuavano a legarlo. Fu strattonato, baciato, schiaffeggiato. Fu sbeffeggiato, adulato. Si vide immobile. Continuò a tenere le palpebre serrate. Trattenne le lacrime per paura potessero annebbiare ancor di più quelle immagini. Il tempo era divenuto solo una lontana illusione, il tempo era prigioniero delle sue convivenze. Capì solo allora che doveva accettare i suoi fantasmi. Era impossibile svestirli, depredarli delle loro catene. Era impossibile stingere il passato che si era intriso nelle carni, nei visceri.
Aprì gli occhi, lasciò scorrere la penna sul foglio e scrisse..."Convivenze...". Fu come una stoccata. Aveva scelto e accettato al contempo di convivere con quei corpi, con quelle voci che da lontano elencavano ciascuna il proprio dolore, la propria rabbia, il proprio amore, la propria follia. La punta della penna continuò a premere su quel foglio, un tempo vergine di parole. Continuò per qualche istante a ripetere la parola che aveva appena scritto. La ripeté così lentamente e così sottovoce che sembrava che quelle lettere venissero ogni volta impastate con la saliva prima di salpare spinte dal respiro profondo e lento. Si voltò quindi a guardare ancora una volta la candela. La fiamma era viva mentre la cera si era leggermente curvata e assottigliata. Quanto tempo era trascorso? Quanto tempo era stato prigioniero delle sue visioni? Pianse e il dolore sembrò scivolare via. Anche la candela piangeva, lasciava cadere le sue lacrime di cera, pensò! Era così immerso nel suo soliloquio che non udì i passi di lei. Sentì d'improvviso le sue mani che gli carezzarono gli occhi. Poi le labbra baciarono le sue guance e le parole "ti amo" furono pronunciate sottovoce, vicino l'orecchio. Era lei! La donna con gli occhi verdi. Non era una visione! Era lei, il suo ultimo, primo amore. Lasciò scivolare la penna dalle dita, l'accostò dolcemente al foglio, poi tese la mano verso il porta candele. Infilò dapprima l'indice nel manico ricurvo, poi le altre dita finirono con il cingere, chiudendosi a pugno quell'anello di metallo. Avvicinò lentamente a sé la candela. La fiamma vacillò un istante, poi prese a star dritta, fino a farsi più grande davanti ai suoi occhi. Ora ne poteva osservare da vicino la lucentezza. La fissò per qualche secondo poi un soffio e la fiamma morì inghiottita dal buio che aveva lacerato pochi istanti prima. Come un bambino si lasciò abbracciare e privo di forze permise alla sua sposa di accogliere nel grembo tutti quei volti e quelle voci che l'avevano tormentato. Respirano all'unisono poi fu il silenzio a regnare. Ingoiò ogni cosa e decantò nel sogno che come un'onda relegò volti, voci e corpi all'oblio.

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